Borsa israeliana sotto attacco hacker, crisi tra Cia e Mossad
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Un duplice attacco che ha colpito due simboli della modernità israeliana, il sito della borsa di Tel Aviv e il portale della compagnia aerea di bandiera El Al: entrambi i siti sono stati messi fuori uso per diverse ore durante la mattinata di lunedì. Un colpo grosso e dall'alto impatto mediatico, soprattutto se si tiene conto che controspionaggio e alta tecnologia sono due elementi cardine per l'immagine che Israele intende dare di sé all'estero. Ma anche una mossa annunciata, una risposta a un appello recente da parte di Hamas. L'attacco è stato rivendicato da un hacker che usa il nome di OxOmar, che stando alle notizie in circolazione sulla rete sarebbe un ragazzo saudita di diciannove anni. La scorsa settimana il gruppo radicale islamista aveva invitato attivisti e simpatizzanti a intensificare gli attacchi contro i siti israeliani. "La penetrazione dei siti israeliani apre una nuova frontiera nella resistenza elettronica e nella guerra contro l'occupazione israeliana" aveva detto il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhuri durante una conferenza stampa nella Striscia di Gaza nel fine settimana.
In altre parole, il danno di immagine è doppio: da un lato l'impatto relativo a due siti tanto importanti e di importanza strategica, dal lato il fatto di non essere riusciti a proteggerli anche se era chiaro che un attacco importante sarebbe stato sferrato proprio in queste ore. Cosa che colpisce ancora di più se si tiene conto che Israele tiene molto alla sua immagine di "Terra Promessa dell'Hi Tech": il settore tecnologico è di importanza fondamentale, sia dal punto di vista economico che da quello strategico, per il Paese, che si vanta di essere secondo solo agli Stati Uniti per il numero di società quotate al Nasdaq (l'indice dei titoli tecnologici della borsa Usa) e di contare maggior numero di ingegneri pro capite.
Oltre che l'immagine dell'efficienza tecnologica israeliana, a fare le spese dell'attacco hacker sono anche i servizi segreti, e in particolare il controspionaggio. Che, peraltro, in questi giorni avrebbero altre gatte da pelare: a cominciare dalla minaccia nucleare iraniana, per non parlare delle tensioni crescenti con gli Stati Uniti.
Proprio oggi il sito del quotidiano americano Washington Post pubblicava un articolo che evidenziava una frattura profonda tra servizi segreti statunitensi e i loro "alleati" israeliani. Il giornalista Jeff Stein sostiene di avere parlato con un agente dalla Cia in pensione, il quale ha raccontato che gli 007 americani avrebbero organizzato un sondaggio interno. Al quesito "di quali colleghi dei servizi segreti 'amici' vi fidate di meno?", la maggioranza avrebbe risposto: di quelli israeliani.
Ora, bisogna dire che talvolta alcuni articoli che citano fonti dell'intelligence, quasi sempre in forma anonima, vanno presi con le molle: chiaramente si tratta di informazioni di parte. Ma detto questo, che ciclicamente si presentino tensioni tra Cia e Mossad non è una novità. Il problema, per Israele, è che queste tensioni si stanno presentando in un momento di relativa debolezza: l'attacco portato avanti con successo dagli hacker ne è una conferma.

