Come proteggeremo la privacy dalle nuove ricerche di Facebook

graph-searchCon «Graph search», la nuova funzione di ricerca introdotta da Facebook a metà gennaio, la società di Mark Zuckerberg non solo lancia la sfida al motore di Google, ma cambia il suo rapporto con gli utenti che si trovano all’improvviso davanti a problematiche di tutela della privacy di nuovo tipo. Consapevole della delicatezza del passaggio, la stessa Facebook ha invitato chi ha pagine sul social network a usare con più accortezza la «scatola degli attrezzi» messa a diposizione per filtrare le informazioni, decidendo cosa si vuole rendere pubblico del proprio profilo e cosa no.

Ma il processo è complesso e molti utenti, perplessi e infastiditi da quello che leggono sui siti specializzati e sulla stampa circa le insidie nascoste e i percorsi tortuosi da compiere, hanno cominciato a togliere dai loro profili foto, giudizi e informazioni personali che, anche se non strettamente riservate, non vogliono finiscano sotto gli occhi di chiunque.

Facebook ha convinto un settimo della popolazione mondiale a raccontare la propria vita online, condividendo le storie personali con gli amici. Priva di un modello di business efficace, la società californiana prima ha cercato di sostenere i proventi pubblicitari allargando le possibilità di accesso degli inserzionisti al suo sterminato database, poi ha aperto il nuovo canale del «search» che dà la possibilità a tutti di fare ricerche in profondità e personalizzate sui singoli utenti. Scoprendo di ognuno immagini, gusti gastronomici e musicali, ristoranti, film e cantanti preferiti, e magari anche la data di nascita e il nome di coniuge e figli.

Una svolta per le finanze di Facebook – gli inserzionisti pagheranno per arare questa prateria di informazioni – ma anche per la gente e perfino per la scienza sociologica: mai esistita la possibilità di consultare un database così vasto nella storia universale degli studi sociali, sottolineano molti studiosi. Ma i più avveduti avvertono che questo potrebbe essere un momento di svolta – e di segno opposto, quello della chiusura – anche su un altro fronte: quello della reazione degli utenti che, già affaticati dal sovraccarico di informazioni che gestiscono quotidianamente online, potrebbero avviare un processo di ritirata dalle reti sociali più «invasive».

I primi segnali li ha già colti, qualche giorno fa, uno studio del Pew Research Center, uno dei più autorevoli istituti di ricerca degli Stati Uniti. Dall’indagine «Internet and the american life» emerge che il 27 per cento degli americani adulti è deciso a ridurre la sua presenza su Facebook mentre solo il 3 per cento pensa di incrementarla. Non solo: il 61 per cento degli intervistati ha dichiarato di essersi imposto in passato periodi più o meno lunghi di «digiuno» da Facebook. Una scelta fatta, più che per le preoccupazioni relative alla privacy, perché affaticati dalla gestione di un traffico eccessivo di informazioni e messaggi tra mail, Facebook, Twitter, altri social network, blog e il resto dei canali informativi online.

A tutto questo ora si aggiungono le nuove preoccupazioni per la privacy legate all’introduzione di «Graph search». Giornali e siti specializzati sono pieni di guide alla disattivazione delle funzioni intrusive. Ci vorrà tempo per capire come evolverà la situazione, anche perché alcuni dei navigatori più smaliziati si sono accorti che i sistemi di disattivazione non sempre sono così efficaci. Anche perché in Rete, nel frattempo, hanno cominciato a proliferare strumenti, siti e applicazioni – da Socioclean a Simplewash a Privacyfix.com – che aiutano a proteggere gli utenti o, al contrario, a esplorare i loro archivi alla ricerca delle informazioni più imbarazzanti.

Non siamo certo alla vigilia di un capovolgimento di fronte, Zuckerberg non finirà in cassintegrazione: negli ultimi tre anni, comunque, il saldo degli utenti attivi su Facebook è stato ampiamente positivo. E i sondaggi d’opinione indicano tendenze tutte da verificare alla prova dei fatti. Ma è un fatto che il gigante delle reti sociali deve oggi affrontare una doppia sfida se vuole riprendere a crescere: quella della privacy e quella della stanchezza degli utenti per una rete che offre un’infinità di informazioni personali, familiari, scolastiche, curiosità e pettegolezzi, ma che, in fondo, non ha un’identità definita come Twitter, divenuto un grande aggregatore di informazioni o YouTube e Pinterest per video e immagini.

Fonte Corriere

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