Le guerre asimmetriche, gli ostaggi, le spie

Partita su più fronti. Qualcosa oltre quanto è stato raccontato, e le ragioni vere e i ruoli delle forze in campo in una forma di guerra brutalmente spietata. La cronaca è ormai dettagliata e precisa. La tragedia algerina è accaduta a circa 40 km da Ein Aminas, nel sud-est algerino, ai confini con la Libia. Un gruppo di oltre 50 jihadisti ha assaltato il sito di estrazione gasiera gestito dalla Sonatrach algerina in Joint venture con BP (britannica), Statoil (norvegese) e Jcg Corp (giapponese), uccidendo 2 persone, ferendone 6 e prendendo in ostaggio tutti i presenti: fra 200 e 400 persone.

Algeria – Mali. L’azione è stata condotta da jihadisti obbedienti a Mokhtar Belmokhtar, algerino addestrato in Afghanistan. Rientrato in patria aveva costituito il “Gruppo Islamico Combattente” -Gia- e poi il “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento” -Gspc-, fuoriuscito da “Al Qaida in the Islamic Maghreb” -Aquim- per contrasti con il leader Waddoud Droukdel. Nuovo nome del gruppo di fuoco, “Abderraim al Mauritani”. Reazione al permesso dato dallo Stato algerino al sorvolo degli aerei francesi usati negli attacchi in corso contro le forze ribelli in Mali.

Tattica ostaggi. Il gruppo di Belmokhtar, alias Khaled Abu al Abbas, ha chiesto la liberazione di 100 combattenti detenuti in cambio dei 41 ostaggi occidentali -fra cui 13 norvegesi, 7 americani, 3 giapponesi, 2 francesi, 1 irlandese e cittadini britannici- mentre ha rilasciato nella serata stessa 150 operai algerini della francese Cis Catering, alcuni dei quali hanno riferito che gli ostaggi venivano usati come “scudi umani” o costretti a indossare un giubbetto con esplosivo. L’attacco all’impianto di Ein Aminas era stato preceduto dal tentato assalto ad un bus con a bordo decine di lavoratori.

Ricatto e vite umane. Le Forze di sicurezza algerina hanno circondato il compound e la mattina dopo elicotteri dell’aeronautica hanno attaccato i jihadisti, uccidendone 15. L’azione ha provocato 35 morti fra gli ostaggi. Questi ultimi sono “le vittime collaterali”, orrendo neologismo per diluire con parole mediaticamente meno dure la portata del problema. Conservare all’avversario l’arma del ricatto tentando sempre e comunque di salvare la vita degli ostaggi, o sacrificarli di fatto in una azione di forza? In Algeria e Somalia la risposta è stata quella “dei caduti per fuoco amico”.

Partita Somalia. Anche in Somalia, nella notte fra l’11 e il 12 gennaio, mentre aveva inizio l’attacco al Mali, le Forze Speciali francesi hanno tentato di liberare Denis Alex, agente della “Direzione Generale della Sicurezza esterna” -Dgse- sequestrato dal 14 luglio 2009 dai jihadisti somali degli “Shabaab”, di dichiarato orientamento qaedista, in rapporto con Ayman al Zahawiri, ideologo e fondatore, con Osama bin Laden, di Al Qaida. L’operazione non è riuscita: 11 militanti sono stati colpiti a morte, 2 militari hanno perso la vita e l’ostaggio è stato ucciso. Scelta strategica.

Mestiere pericoloso. Non è il solo agente dei servizi segreti a perdere la vita in queste guerre asimmetriche, e -facile prevedere- non sarà l’ultimo. In Afghanistan, fra le oltre 50 vittime italiane figura il funzionario dei Corpi Scelti dell’Agenzia per l’Informazione e la Sicurezza Esterna (Aise) Lorenzo D’Auria, sequestrato il 22 settembre 2007, con un collega e l’autista locale, dai talebani. L’appartenenza del funzionario al comparto sicurezza venne incautamente divulgata a livello mediatico, comportando un considerevole innalzamento del rischio per l’incolumità degli ostaggi.

I costi italiani. Per l’urgente necessità di salvare la vita agli ostaggi che -valutazione sul campo- andavano incontro a morte sicura, venne tentato due giorni dopo un assalto al convoglio dei veicoli che cercavano di trasferire in area sicura i sequestrati. L’operazione, eseguita dai Corpi Speciali britannici a bordo di elicotteri, consentì di bloccare i terroristi, che, abbandonati i automezzi, si dettero alla fuga sparando in direzione dei militari e dei tre prigionieri, rimasti feriti. Il più grave, colpito anche al capo, sarebbe deceduto a Roma il 4 ottobre, nonostante gli interventi chirurgici.

Guerre senza pietà. In Somalia ci sono ancora 5 occidentali sequestrati e 13 -tra loro 7 francesi- nelle mani di formazione “qaesiste”. Parigi ha negato qualsiasi collegamento fra l’attacco al Mali e l’operazione in Corno d’Africa, preparata da tempo. Ma la scelta di intervenire con la forza testimonia delle diverse scuole di pensiero sugli oneri che lo Stato e le sue articolazioni operative devono assumersi nella guerra, asimmetrica e no, “umanitaria” e no. In prezzo da pagare. Non esiste una politica condivisa, anche se, ufficialmente, gli Stati si dicono contrari al pagamento del riscatto.

Tra il dire e il fare. Il centro decisionale delle Istituzioni ha l’onere di assumere il rischio delle scelte politico-militari fatte. Con la consapevolezza che ci saranno prezzi umani da pagare, anche in casa. La guerra, declinata in tutte le sue varianti, obbedisce a leggi nazionali e internazionali chiare nella forma ma sfuggenti alla complessità caotica della realtà sul terreno di scontro. Con i necessari distinguo per le decisioni prese per interessi di parte, di opportunità politica, o decisioni di interesse collettivo. Sulla difesa anche di una sola vita umana l’Italia vaticana diventa anomalia.

Fonte Globalist

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  1. Le guerre asimmetriche, gli ostaggi, le spie…

    Partita su più fronti. Qualcosa oltre quanto è stato raccontato, e le ragioni vere e i ruoli delle forze in campo in una forma di guerra brutalmente spietata. La cronaca è ormai dettagliata e precisa. La tragedia algerina è accaduta a circa 40 km da Ei…

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