Nel paradiso delle spie 
venerdì, 25 luglio, 2008, 23:29 - Sorveglianza
Un segreto noto a due persone non è più un segreto», così scriveva all'inizio del XX secolo Georg Simmel nella sua Sociologia, e non si può dire che si sbagliasse di molto leggendo nei giornali italiani le affermazioni di Giuliano Tavaroli, grande orecchio Telecom: il segreto non esiste. È sempre stato così. In effetti il racconto di Tavaroli si presenta come il plot di un ulteriore volume della Commedia umana di Balzac, rivisto e corretto, e con i debiti aggiornamenti dell'oggi. Nel suo J’accuse Tavaroli pronuncia anche una parola, «rispettabilità», sostenendo che si tratta del bene più prezioso. Di più: è la chiave stessa della «sicurezza». E non è un caso che l'etimo della parola significhi «guardarsi dietro», che è poi l'attività stessa di chi spia, intercetta, costruisce dossier.
Eppure c'è qualcosa di nuovo e di diverso, in questa faccenda di spioni elettronici, che la rende radicalmente diversa rispetto al passato. Roland Barthes ha distinto tre differenti forme d'ascolto nel corso della storia umana. L'ascolto degli indizi sonori, proprio dei nostri progenitori, animali e primati: l'ascolto come allarme. Poi l'ascolto come decifrazione: decifrare e interpretare. E infine l'ascolto «applicato», ovvero l'atto intenzionale, fenomeno del tutto contemporaneo. Questo tipo d'ascolto è aperto a tutte le possibili forme d'ascolto ed è reversibile: non c'è più da una parte chi si confida, confessa, racconta nell'intimità, e dall'altra chi ascolta, tace, sanziona, valuta. Oggi ciascuno è nello stesso tempo ascoltato e a sua volta ascolta.

L’«ascolto libero» di Barthes
La contemporaneità è il paradiso delle spie? Probabilmente sì. Barthes parla di «ascolto libero», un ascolto che circola e scambia, quindi disgrega con la sua mobilità la rete rigida degli antichi luoghi d'ascolto: il carcere, il confessionale, la camera da letto. La nostra è l'epoca dell'«ascolto intersoggettivo», in cui le società disciplinari - quelle dell'ascolto unidirezionale - sono state sostituite dalle società di controllo, come ha sottolineato Gilles Deleuze: viviamo nel multidirezionale. Ai luoghi tradizionali dell'ascolto (ospedale, fabbrica, scuola, famiglia) si sostituisce l'ascolto a rete, in ogni direzione: il satellite, ma anche le masse come campione, per cui i sondaggi o i dati raccolti attraverso le «carte» sono ascolti, spiate legali. Questo significa che non c'è via di scampo, che siamo tutti destinati all'intercettazione continua?
Il grande direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler negli anni Cinquanta ha teorizzato una forma di «ascolto a distanza», il «teleascolto»: quando si ascolta un brano musicale classico, Mozart o Bach, diceva, si è concentrati sull'istante, sulla singola nota o gruppo di note, e tuttavia non si perde di vista l'intero brano, l'ascolto d'insieme. Furtwängler sosteneva che l'opera si «sovrascolta» anche a distanza, nell'insieme. Nella musica contemporanea, nel jazz, e poi nella musica rock, questo tipo d'ascolto non c'è più: le nostre orecchie vengono colpite in ogni direzione. Si tratta di un tipo d'ascolto simile a quello dell'ascolto animale di cui parla Barthes.

L’unica possibilità per salvarci
Peter Szendy, un musicologo francese, in un volume singolare, Intercettare. Estetica dello spionaggio (Isbn), sostiene che l'ascolto dello spione è di questo tipo: ascolto da caccia. Non ha la capacità di cogliere l'intero insieme, non «sovrascolta». Le sue orecchie, scrive Szendy, interrompono il compito di attenta sorveglianza «sulla soglia di una totalità la cui portata non è accordata loro, sebbene sia l'unica in grado di trasfigurare i dettagli raccolti illuminandoli restrospettivamente di senso». Coglie un insieme composto solo di dettagli e gli sfugge il senso generale. D'altro lato, anche lui è ascoltato, come scopre Henri Caul, il protagonista del magistrale film di Coppola La conversazione (1974). Henri, che non parla quasi mai, raccoglie «voci», informazioni, ed è confinato in un contesto il cui orizzonte generale gli sfugge.
Questo è il vero problema delle spie contemporanee: ricostruire la tela d'insieme. Purtroppo non è solo un problema per le spie, lo è anche per noi, dato che questa partitura, lo schema generale, non esiste più, o se esiste, è difficile da cogliere. Ci smarriamo nella grande congerie dei dettagli, nei dettagli dei dettagli, e la verità ci sfugge di mano. Forse l'unica possibilità per salvarci non è tacere, tenere il segreto solo per noi, cosa impossibile, ma fare come il personaggio interpretato da Robert Redford nei Tre giorni del condor (1975): oscuro lettore di libri, uomo periferico di un ufficio della Cia, s'imbatte un giorno per caso in un segreto criptato celato in un libro. Uccidono tutti nel suo ufficio per questo, e lui scampa per caso. Fugge ed è inseguito. Caduto in una trama più grande - sono i servizi deviati, sempre loro! - è costretto da «ascoltatore strutturale» a diventare spia, a votarsi ai dettagli. Sono i dettagli che lo salvano, ora dopo ora. Un futuro da spie per tutti? Molto probabile, poiché, come ci ricorda Szendy, è l'ascolto stesso che porta con sé, quale suo doppio, la spia, il Tavaroli di turno.
Fonte: www.lastampa.it
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Intrigo Telecom: spiavano anche Berlusconi 
martedì, 22 luglio, 2008, 22:30 - Sorveglianza


È un uomo ufficialmente senza nome. Ma la sua faccia è apparsa sui giornali centinaia di volte, alle spalle di Silvio Berlusconi. È il capo delle sue guardie del corpo, il gruppo ristretto di uomini che vigila sulla sicurezza del Cavaliere. È stato prima carabiniere, poi dipendente Fininvest, oggi è un alto funzionario dei nostri servizi di informazione. Conoscere i suoi segreti significa in qualche modo, di rimbalzo, spiare anche Berlusconi. E proprio questo è quel che è accaduto.

Il telefono del Centurione è stato messo sotto osservazione illegalmente dagli uomini della Divisione Sicurezza di Telecom. Non hanno potuto ascoltare cosa diceva. Ma hanno saputo chi chiamava, da chi veniva chiamato, quante volte, quando, quanto a lungo. Adesso il nome del Centurione spunta in mezzo alle migliaia di carte depositate dalla Procura di Milano a conclusione dell’indagine sull’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e allo spionaggio in cui - secondo gli inquirenti - la security di Pirelli e Telecom si era trasformata sotto la guida dell’ex carabiniere Giuliano Tavaroli. Una serie di operazioni di intelligence parallela condotte dalla squadra di Tavaroli erano venute già alla luce: quella contro il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, contro il colosso delle investigazioni Kroll, contro il Garante per la concorrenza. Ma ora spunta il nome del Centurione, e costringe a domandarsi perché anche l’ombra di Berlusconi fosse finita nel mirino dei Tavaroli boys.

Oltretutto, tra gli spiati c’è un altro uomo chiave dell’apparato di sicurezza del Cavaliere. È Massimo Ceccherini, anche lui ex carabiniere, oggi capo dell’Ufficio Sicurezza del gruppo Mediaset. Anche i dati del suo telefonino sarebbero stati estratti dai computer di Telecom su ordine diretto dei capi della security. Si trattava di iniziative personali di Tavaroli? E cosa sapevano i vertici di Telecom Italia dei metodi seguiti per raccogliere notizie? A carico di Telecom la Procura muove l’accusa di «non avere adeguatamente vigilato» sulla struttura di Tavaroli, «rendendo possibile che commettesse, nell’interesse della società, i reati di cui ai capi 2, 17 e 33». E cioè la corruzione di poliziotti, carabinieri e agenti segreti per realizzare i dossier riservati. Quello che colpisce, nelle 371 pagine del documento notificato ieri, è la incredibile varietà di interessi della struttura di Tavaroli.

L’elenco dei personaggi schedati è composto in stragrande maggioranza di gente qualunque, colpevole solo di avere chiesto l’assunzione in Telecom e quindi sottoposta all’operazione «Filtro». Ma insieme a loro c’è di tutto. Vengono schedati protagonisti del calcio come Christian Vieri (e questo era noto) ma anche il milanista Dario Simic, Luciano Moggi, l’arbitro Fabiani, persino il presidente federale Franco Carraro. Vengono analizzate utenze telefoniche in uso all’Arma dei carabinieri e ai ministeri degli Esteri e della Difesa: tra queste quella dell’ex capo delle relazioni esterne dell’Arma, oggi ai servizi segreti. Sotto tiro il banchiere Cesare Geronzi, l’avvocato Vittorio Ripa di Meana, il costruttore Alfio Marchini. E così pure l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, e il capo del personale dell’Eni, Salvatore Sardo. Nonché il generale Stefano D’Ambrosio, già capocentro Sismi a Milano, che con le sue accuse diede il via all’indagine a carico dei nostri 007 per il sequestro del terrorista egiziano Abu Omar.

Insomma, la sensazione è di essere di fronte ad una struttura ormai fuori controllo, che operava in parte nell’interesse aziendale, in parte forse nell’interesse dei propri componenti, e certamente anche sull’onda di una sorta di spinta agonistica, di sfida a tutto e tutti. Quanto sapesse dell’attività di Tavaroli, Marco Tronchetti Provera l’ha spiegato in un verbale che da stamane è la preda più ghiotta nella caccia alla montagna di carte messe dalla Procura a disposizione degli avvocati difensori.

www.ilgiornale.it
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Spiati in 5 mila dal grande orecchio sotto tiro anche Carabinieri e difesa 
martedì, 22 luglio, 2008, 22:18 - Sorveglianza
Il "grande orecchio" ascoltava e schedava tutti. Intercettando non solo i dati più riservati di ignari aspiranti dipendenti del gruppo Telecom o Pirelli, ma anche di uomini di finanza, imprenditori, giornalisti, stilisti, arbitri e calciatori. Oltre 5mila dossier, gonfi di informazioni illegalmente raccolte. E l'imponente squadra comandata dal 1996 dall'ex brigadiere Giuliano Tavaroli si era spinta anche a controllare i telefoni del "Comando generale dei Carabinieri", almeno "fino al 14 settembre del 2000". E non è questa l'unica novità che emerge dalle carte che la procura di Milano ieri mattina ha messo a disposizione dei 34 indagati dell'affaire Telecom.

Identica procedura per il "Ministero Affari Esteri" e per quello della "Difesa". L'utilizzo che veniva poi fatto di questi dati, al momento, è ignoto. E visto il muro che è stato eretto alle domande dei magistrati sull'argomento, molto probabilmente sarà difficile scoprire la verità. Ma incrociando i riscontri investigativi con la storia degli ultimi anni, appare poco verosimile che queste informazioni riservate fossero di stretta competenza dell'attività svolta dal colosso telefonico.

L'intreccio con Abu Omar
Tra le carte divenute pubbliche ieri mattina, si scopre, per esempio, come la struttura creata dall'ex uomo dell'Arma abbia controllato il telefono cellulare di Stefano D'Ambrosio, l'ufficiale del Sismi che, guarda caso, nell'estate del 2003 ha messo la procura di Milano sulle tracce dei responsabili del rapimento dell'imam di viale Jenner Abu Omar. D'Ambrosio, ai procuratori aggiunti Spataro e Pomarici, ha fatto mettere a verbale che il suo superiore, Marco Mancini, "si era offerto alla Cia per fare il doppio gioco". Difficile non ipotizzare che Tavaroli, mettendo sotto controllo il cellulare di D'Ambrosio, non tentasse di aiutare l'amico di infanzia Mancini, come lui ora finito nel calderone dell'inchiesta.

Finanza spiata
Il solerte ex carabiniere, nelle vesti di manager, aveva anche deciso di mappare illegalmente il mondo dell'alta finanza italiana. Ecco dunque spiegati i controlli delle utenze fisse della sede milanese della banca Antonveneta e di quella romana della Banca di Roma. Proprio su queste rotte, tra il 2004 e il 2005, si giocava una partita importante per il destino del gruppo Rcs (di cui Tronchetti Provera è azionista), poi fallita con l'intervento della magistratura.

Lo zelante Tavaroli non faceva sfuggire niente al grande orecchio. Sotto la sigla "Marcho", il pool di investigatori fuorilegge aveva almanaccato le informazioni riservate su personaggi di primo piano della finanza italiana. Accertamenti illegali sul patrimonio del presidente di Banca di Roma (oggi di Mediobanca) Cesare Geronzi, sul costruttore romano Pierluigi Toti, sull'avvocato Vittorio Ripa di Meana, su Emilio Gnutti, sul politico di Forza Italia Aldo Brancher. Stessa sorte per il numero due di Abn-Amro, l'olandese Jan Maarten De Jong. Un dossier se lo è conquistato anche Marcellino Gavio. Al leader privato delle Autostrade, la Security Telecom ha dedicato un dossier personale, titolo: "Marcellino".

Tra le infinite attività della squadra di Tavaroli, una morbosa curiosità sulle proprietà di Alessandra Facchinetti, figlia di un componente dei Pooh, oggi stimata stilista per il gruppo Valentino. Il suo dossier riporta la sigla "Cestino 3". Decine gli accessi abusivi all'anagrafe tributaria effettuati ai suoi danni. A cosa servivano quei dati? Coincidenza vuole che, proprio in quel periodo, la Facchinetti fosse in causa con il gruppo Prada per una clausola contrattuale che, a detta del gruppo di Patrizio Bertelli, non sarebbe stata rispettata.

Il calcio nel mirino
Lunghissimo l'elenco di uomini legati al calcio finiti nel mirino della Security Telecom. Non c'è stato solo il nome di Luciano Moggi, l'ex direttore generale juventino travolto da Calciopoli, nel calderone delle intercettazioni illegali. Per sapere se i trofei bianconeri fossero stati vinti all'insegna della trasparenza, Tavaroli avrebbe messo sotto controllo anche i cellulari della "Gea", la società di rampolli della finanza che gestiva molti calciatori. E si sarebbe spinta anche sulle utenze dell'ex presidente della Figc, Franco Carraro, degli arbitri Salvatore Racalbuto e Massimo De Santis.
Evidente il nesso tra queste operazioni e il rapporto tra Marco Tronchetti Provera e l'Inter dell'amico Massimo Moratti. Il brigadiere, per capire il motivo di tanti insuccessi inanellati dalla presidenza morattiana, si sarebbe mosso. Ovviamente con i suoi strumenti e, secondo le conclusioni dell'inchiesta, di sua spontanea iniziativa. Nello stesso modo si sarebbe arrivati a spiare Christian "Bobo" Vieri, che si è ritrovato anche il cellulare sotto controllo. Misteriosa l'analisi sul difensore Dario Simic. Sul trentatreenne croato, la Security Telecom ha effettuato una serie di accessi abusivi sull'anagrafe tributaria.
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Chi tocca le intercettazioni viene cacciato 
giovedì, 19 giugno, 2008, 11:02 - Sorveglianza

Hanno intercettato il capo dell’ufficio intercettazioni colpevole di voler frenare gli sprechi delle intercettazioni. Non è uno scioglilingua ma la cruda realtà di cui è rimasto vittima Nicola Frugis Caggianelli, storico responsabile della centrale d’ascolto della procura di Roma, rimosso dall’incarico nello stesso giorno in cui avrebbe dovuto sottoporre a un precedente Guardasigilli un progetto di riordino della materia di cui tanto oggi si discute. «Mi accingevo ad andare negli uffici di via Arenula insieme al procuratore aggiunto Italo Ormanni quando mi chiamano dall’ufficio del procuratore capo per dirmi che ero sollevato dall’incarico per aver gestito allegramente l’ufficio. Una follia. A poco è servito che il pm ha poi chiesto l’archiviazione perché il fatto non sussiste. L’obiettivo era stato raggiunto: mi avevano fatto fuori solo perché avevo provato a mettere ordine nello spreco di milioni di euro legato alle intercettazioni. Evidentemente, davo fastidio...».
Viene da sorridere se pure l’indiscusso re delle intercettazioni finisce intercettato.
«Già. E siccome pensavano che qualcuno del mio ufficio mi avrebbe potuto avvertire, non hanno utilizzato i soliti sistemi ma sono ricorsi ad altre apparecchiature col risultato che i miei telefoni sono andati tutti in blocco. Dilettanti...».
Ricollega davvero la sua disavventura giudiziaria al tentativo di fermare la «riforma» sulle intercettazioni?
«Sarà anche una coincidenza, ma quando con l’aggiunto Ormanni ci apprestavamo a illustrare le linee guida della “riforma” con suggerimenti precisi sulla riduzione dei costi e sui requisiti che tutti gli addetti ai lavori dovevano avere per lavorare in un campo così delicato, mi sono piovute addosso accuse infamanti come l’aver fatto intercettazioni illegali. Senza saperlo stavo incrinando determinati interessi».
Quali interessi?
«Non spetta a me dirlo. Io faccio questo semplice ragionamento. Ogni giorno, su Roma, abbiamo mille-milleduecento telefoni sotto, il 60% dei quali legati al traffico degli stupefacenti. Ogni intercettazione telefonica ci viene a costare tra i 50 e i 70 euro, se poi parliamo di intercettazioni “ambientali” i costi lievitano in maniera esponenziale perché anziché istruire esponenti delle forze dell’ordine per piazzare le microspie, ci affidiamo ancora a tecnici esterni che chiedono cifre esorbitanti. Abbiamo fatto una guerra per limitare i costi e ci siamo accorti anche che ogni procura va per conto suo».
In che senso?
«Per le intercettazioni ambientali come per quelle telefoniche i vari uffici giudiziari sparsi nel Paese si comportano in modo differente applicando tariffe che variano da Aosta a Palermo. Nessuno si è mai chiesto il perché. Se uno fa meno intercettazioni spendendo il triplo, qualcosa evidentemente non va. Ma c’è di più. Anziché buttare soldi per apparecchiature che impiegano poco a diventare obsolete, avevamo proposto un leasing industriale, così da avere un ricambio del materiale tecnico al passo coi tempi. Avevamo pensato di ridiscutere anche le tariffe dei gestori telefonici, obiettivamente esorbitanti. Pensavamo a un albo delle ditte che avessero il massimo dei requisiti di sicurezza e affidabilità, con personale incensurato e prezzi stabiliti da un comitato-prezzi. Personalmente pensavo che c’era pure da lavorare sulle troppe consulenze, sulle spese dei trascrittori, dei periti.... Insomma, studi e statistiche alla mano, c’era la possibilità di abbattere almeno del 40 per cento il monte-spese per le intercettazioni. E invece...».

Per risparmiare non si può, più semplicemente, intercettare un po’ meno?
«Non entro nel merito di quante sono le intercettazioni. Dico che, per determinati reati, servono ancora molto. Perché se è vero che nessuno ormai parla più all’apparecchio, è vero che prima o poi un errore lo si commette sempre. Il telefonino resta uno strumento formidabile per “seguire” la persona da controllare così da incrociare il dato con altre risultanze investigative. Il problema è un altro».
Quale?
«Bisognerebbe vietare la pubblicazione di passaggi ininfluenti di intercettazioni andando all’origine, evitando cioè di inserire conversazioni inutili nei faldoni dell’inchiesta. Non tutto dovrebbe andare in chiaro. Io, ad esempio, inserivo degli omissis quando si trattava di incontri intimi, poi il magistrato se riteneva utile andava a sentirsele in audio. Adesso va tutto in automatico, compresa la pubblicazione in edicola».
Certo, la colpa adesso è dei giornalisti...
«Voi avete la vostra dose di responsabilità, ma la verità è che ad ogni fuga di notizie si dovrebbe allargare la ricerca del colpevole a tutti coloro che vengono a conoscenza degli atti coperti dal segreto istruttorio: una volta un pm sollevò addirittura dubbi sul mio ufficio assolvendo, a prescindere, la polizia giudiziaria e la sua segreteria. Gli risposi che era giusto indagare, ma a 360 gradi. Senza eccezioni. Mi guardò storto».
Le risulta che le autorizzazioni alle intercettazioni, richieste dal pm, spesso vengono concesse dal gip senza troppe verifiche...
«È capitato, anche se non è la regola. Per tagliare la testa al toro occorrerebbe una seria separazione delle carriere. Finché pm e gip lavoreranno gomito a gomito il problema resisterà. So di un pm e gip che sono addirittura marito e moglie. Non mi faccia parlare che è meglio...».
Fonte: www.ilgiornale.it
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Svezia: passa la legge sulle intercettazioni globali 
giovedì, 19 giugno, 2008, 10:52 - Sorveglianza


Il parlamento svedese ha adottato oggi una controversa legge che autorizza le intercettazioni e il controllo della posta elettronica in nome della sicurezza nazionale. Il testo, adottato con 143 sì, 138 no e un astenuto, ha provocato un acceso dibattito in Parlamento a Stoccolma. Gli oppositori hanno anche sventolato lo spettro di uno Stato Grande Fratello.

La legge entrerà in vigore il primo gennaio 2009 e permetterà all'Agenzia di ascolto militare (un ente civile, nonostante il nome) di intercettare tutta la posta elettronica e le telefonate in uscita e in entrata dalla Svezia. Attualmente l'Agenzia può ascoltare solo le comunicazioni via etere. Il governo svedese ha puntato sul fatto che una nuova legislazione è indispensabile proprio per i cambiamenti tecnologici avvenuti nel mondo della comunicazione
Fonte: www.ilmessaggero.it
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ATTI VANDALICI? C'E' IL 'GRANDE FRATELLO' 
domenica, 15 giugno, 2008, 19:18 - Sorveglianza


Se un vicino installa una telecamera a circuito chiuso per "vigilare" sulle aree "pubbliche" intorno alla sua proprietà, lo può fare e le immagini registrate potranno essere utilizzate in procedimenti contro eventuali danni vandalici (foto archivio). Ma attenzione: non potrà essere violata la "sfera di privata dimora di un singolo soggetto", l'area sottoposta a videosorveglianza dovrà poter essere utilizzata da un numero "indifferenziato di persone", come possono essere le aree comuni di un condomino, i cortili delle abitazioni, gli accessi di un garage. Esclusi anche ambiti particolari, come i bagni pubblici.

E' la Cassazione che ricorda gli ambiti dell'utilizzo dei sempre più frequenti mezzi di difesa tecnologici, composto da un "occhio video" sempre vigile. Ma gli "ermellini" della quinta sezione penale hanno anche ribadito nella sentenza 22602 del 14 maggio 2008 quei divieti di intrusione nella vita privata di un singolo cittadino. Il pronunciamento dalla Corte di Cassazione prende spunto da un caso esaminato dal tribunale del riesame di Reggio Calabria in un vicenda che ha visto un uomo accusato di essere una staffetta di un clan calabrese. Alla base delle accuse anche le riprese di una telecamera nel cortile della casa dell'uomo, immagini che al pari di quelle della porta di casa, della cassetta delle posta o dell'ingresso del garage, possono essere utilizzate in quanto legittime.

In pratica, spiega la Cassazione, sono "probatoriamente utilizzabili le videoregistrazioni effettuate dalla parte offesa di reiterati atti vandalici e di danneggiamento ai danni della porta del proprio appartamento, della porta dell'attiguo garage e della cassetta postale antistante l'ingresso dell' appartamento, dal momento che l'area interessata dalle videoregistrazioni, operate con telecamera sita all'interno dell'appartamento, ricade - è scritto nella sentenza - nella fruizione di un numero indifferenziato di persone e non attiene alla sfera di privata dimora di un singolo soggetto". Altro specifico riferimento viene fatto a riprese effettuate dalla pubblica via verso l'ingresso di un privato edificio..." e pertanto vanno "considerate legittime" e "utilizzabili le videoregistrazioni dell'ingresso e del piazzale di accesso a un edificio sede dell'attività di una società commerciale" eseguita dalla "pubblica strada, mediante apparecchio collocato all'esterno dell'edificio stesso, non configurando esse un'indebita intrusione né nell'altrui privata dimora, né nell'altrui domicilio".
Fonte: www.ansa.it
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Poliziotti spiati per 4 mesi. Corrotti? No, assonnati 
giovedì, 12 giugno, 2008, 17:15 - Sorveglianza

E poi dicono che la giustizia dorme. Per scoprire se i poliziotti della Squadra Volanti della questura di Rovigo schiacciavano un pisolino durante il loro turno di servizio, la procura locale non ha esitato a installare in tutte le auto del «113» microspie e localizzatori Gps, a mettere sotto controllo i telefoni degli agenti, a disporre servizi fotografici e riprese video. Quattro mesi di intercettazioni affidate ai colleghi di questura degli stessi poliziotti intercettati, per la mancanza di postazioni libere alla «sala ascolto» della procura. Un costoso dispiegamento di uomini e mezzi che ha portato alla decapitazione dell’intero ufficio di prevenzione causa l’iscrizione sul registro degli indagati di 22 agenti (dieci di questi già sospesi e messi a metà stipendio) per reati che spaziano dall’interruzione di pubblico servizio alla truffa ai danni dello Stato, fino all’abbandono del posto di lavoro. Reati che però in altre occasioni, per analoghi comportamenti, non sono stati minimamente contestati ma solo sanzionati disciplinarmente con deplorazioni, ammende, punizioni mirate a rallentare la carriera dei poliziotti pizzicati a dormire anziché a fare la guardia.Come spesso capita anche l’inchiesta dei poliziotti addormentati nei boschi rodigini nasce da tutt’altra inchiesta, naufragata miseramente dopo alcune intercettazioni finalizzate a capire se era vero quel che raccontava uno dei venti arrestati in un’operazione antidroga su due agenti delle Volanti che intascavano 3.000 euro al mese dal titolare del bar «Tira Tardi» di Rovigo per chiudere un occhio su un giro di cocaina nel locale. I riscontri investigativi sulle divise corrotte hanno dato esito negativo, ma poiché dalle «cimici» piazzate in alcune Volanti emergevano indizi circa il letargo in cui sembravano cadere alcuni agenti di ronda notturna, il gip ha accolto l’allarmata richiesta del pm «autorizzando le operazioni di intercettazione ambientale delle vetture in servizio di volta in volta in uso» ai poliziotti sospettati non solo di fare la siesta ma di falsificare le relazioni di servizio. E così, dalle indagini sui poliziotti che chiudevano un occhio si è passati a intercettare i poliziotti che di occhi ne chiudevano due.
Leggendo attentamente le 5.352 pagine dell’inchiesta oggi si scoprono dettagli interessanti ed esilaranti. Dall’immensa mole di intercettazioni disposte nei confronti di una trentina di poliziotti emergono conversazioni «private» che forse era meglio non depositare, al pari di altre che più che rivelare un torbido tentativo di monitorare i movimenti del questore evidenziavano la poca impermeabilità delle indagini visto che alcuni agenti sott’intercettazione sembrano prendersi gioco proprio degli inquirenti che danno loro la caccia («andiamo a vedere se (...) è in quel locale per scambio di coppie (...) non vorrei fosse in giro a controllare per fregare qualcuno nel turno»). Come se non bastasse il segretario del sindacato di polizia Coisp, Franco Maccari, ha lasciato intendere che forse molti altri poliziotti sono stati incidentalmente intercettati visto che alcune macchine «microfonate» sono poi state temporaneamente prestate ai commissariati limitrofi.
Fonte: www.ilgiornale.it
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In UK 1 persona su 5 spia gli SMS del partner 
martedì, 10 giugno, 2008, 23:41 - Sorveglianza
“Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio“, sembrerebbe questa la frase più usata in Gran Bretagna da dal 20% della popolazione per quanto riguarda gli SMS del partner. Lo rivela l’indagine “Io, il coniuge e Internet” effettuata dall’università di Oxford su un campione di 6.000 coppie. A quanto pare la fiducia di alcune persone non è tanto forte, tanto da spingere a spiare i messaggini del partner per verificare se ci sono scambi affettuosi con altre persone.

La ricerca non si ferma qui perchè ha rilevato che il 10% controlla anche i siti internet navigati dalla dolce metà per sapere se si stanno cercando nuove emozioni da qualche parte nella rete. E voi che tipo di rapporto avete con il vostro partner? Vi fidate ciecamente o controllate di nascosto? Permettete alla vostra metà di mettere le mani sul vostro cellulare?
Fonte: www.mobileblog.it
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Italia paese di spioni: è nostro il record di cittadini intercettati 
martedì, 10 giugno, 2008, 23:37 - Sorveglianza
S’intitola «Rechtswirklichkeit und Effizienz der Uberwachung der Telekommunikation». È il rapporto sull’efficienza dei metodi di indagine e sulle investigazioni in Europa. E, in particolare, sull’uso e l'abuso delle intercettazioni telefoniche.
Lo hanno messo a punto, con il rigore che li contraddistingue, i ricercatori dell'Istituto germanico Max Planck, ovvero il nome e il cognome dell'inventore della quantistica. Una garanzia, insomma. Bene, anzi male. Perché quel rapporto ci consegna, senza mezzi termini, la palma dei peggiori. Cioè dei primi in classifica. I primi e i più solerti a intercettare tutto e tutti. I primi al mondo, almeno in tutta quella gran parte di mondo dove la terna degli studiosi tedeschi Claudia Dorsch, Christiane Krüpe-Gesher e Hans-Jörg Albrecht ha potuto rovistare. L'Italia batte tutti. E può sprofondare nell'imbarazzo dall'alto del suo record : 72 intercettazioni ogni 100mila abitanti. Al secondo posto nella speciale classifica degli «spioni» figura l'Olanda con 62 intercettazioni su 100mila abitanti, mentre la Svizzera giunge terza, con 32 intercettazioni, sempre, ovviamente, ogni 100mila persone. Anzi, secondo il ministro della Giustizia Angelino Alfano, che evidentemente è in possesso di dati più aggiornati del rapporto tedesco (che si basa su numeri del 2006, ndr), nella vicina Confederazione i cittadini ascoltati sarebbero complessivamente 1.300 all’anno, quindi ancor meno. Siamo vittime di un grande orecchio. L’Eurispes giunge a parlare di tre italiani su quattro spiati. Il ragionamento è chiaro: intercettando un’utenza, si «spiano» tutti i contatti di quest’ultima. Una rete infinita, quindi.
Tornando al dossier dei ricercatori del Dipartimento di diritto penale estero e internazionale del Planck, fanalino di coda, ma, nel caso specifico, fulgido esempio europeo di rispetto e tutela della privacy, l'Austria. Dove, tra una fetta di Sacher e un giro di valzer, si ascoltano le conversazioni solo di 9 abitanti su centomila. Ma che cosa sono queste cifre al confronto dei tanto bistrattati Stati Uniti? Inezie, pinzillacchere, come diceva Totò. Perché negli Usa si intercetta lo 0,5 di un cittadino su centomila. Scusate ma nelle statistiche funziona così, un po'come quando si dice mezzo pollo a testa. Vero che, come si legge nel rapporto tedesco, nell'indagine svolta negli States si è tenuto conto solo, come nel resto del mondo, delle intercettazioni telefoniche tradizionali, ma il dato resta tremendamente imbarazzante se lo si paragona all'italico zelo.
In cambio di che cosa, poi? In cambio di una spesa straordinariamente elevata, 280 milioni di euro l'anno. Che costituiscono un terzo dei fondi che questa nostra scalcagnata giustizia che fa fatica a trovare la carta per fare le fotocopie degli atti di rinvio a giudizio, sperpera.
E ancora, altro ritorno indesiderato di questa pratica abnorme, la caduta verticale, come si evidenzia nel rapporto tedesco, delle indagini investigative di tipo tradizionale. La qual cosa ha comportato, non solo la mancata nascita di altri Sherlock Holmes e Maigret vari ma anche e soprattutto la mancata soluzione di molti gialli. Nonostante il ricorso, appunto inutile, alle intercettazioni. Ammettendo, nelle loro conclusioni i ricercatori di Friburgo in Brisgovia che questo singolare primato dell’Italia sarebbe da attribuire alle vigenti leggi antimafia che consentono ogni tipo di intercettazione senza alcun consenso della magistratura, gli studiosi si affrettano pure a ricordare che un’eventuale indizio proveniente da una intercettazione non potrebbe mai fungere come prova nell’aula di un tribunale. Ma la conclusione delle conclusioni cui giunge il dossier è che nonostante tutte queste «spiate» l'Italia ha un elevatissimo tasso di criminalità e molte regioni, soprattutto al sud, sono ancora oggi sotto il controllo della grande criminalità organizzata. Secondo gli studiosi tedeschi dell'Istituto, il record italiano va attribuito alla legislazione antimafia ma i conti non tornano. Né in termini di riduzione dei reati, perché, oltre a rappresentare un problema tutt'altro che secondario per il diritto alla riservatezza, non è chiaro quanto questa enorme quantità di intercettazioni sia utile ai fini investigativi e processuali.
Almeno, si legge nel dossier, in Svizzera non si può dire che non si sia raggiunta la sicurezza che tutti pretendevano. Per questo motivo anche l’elvetico cittadino, che, di tanto in tanto, è intercettato, si lamenta. Non c’è altro da aggiungere. Se non che quando si tratta di esagerare noi esageriamo. Chi l’avrebbe mai detto? Non è vero che, come dicono le mogli, non diamo mai ascolto a chi ci parla. Quando si tratta di ascoltare esageriamo. E così ascolta oggi, ascolta domani siamo diventati i primi al mondo.
Fonte: www.ilgiornale.it
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Cellulari e VoIP poco sicuri, parola di esperti  
lunedì, 2 giugno, 2008, 21:54 - Sorveglianza
Alzi la mano chi crede ancora alla riservatezza delle conversazioni attraverso il proprio telefonino cellulare. Non siamo solo ascoltati, ma anche ben rintracciabili ovunque ci trovassimo.

E’ quanto si sono detti gli esperti riuniti sabato scorso a Pasadena (California) durante il LayerOne dove David Hulton, colui che per primo ha forzato l’algoritmo di criptaggio impiegato nei telefoni GSM, ha spiegato come con meno di 900$ è oggi possibile acquistare tutto l’occorrente per intercettare le telefonate che avvengono su rete cellulare. Roba da dilettanti.

Nulla di nuovo rispetto a quanto già sapevamo leggendo semplicemente le notizie di cronaca.

Ad essere affetti dallo stesso problema sono anche i sistemi basati su tecnologia VoIP. David Bryan, esperto di sicurezza in una azienda del settore, spiega come attraverso l’impiego di alcuni software particolari è possibile intercettare le telefonate che avvengono in VoIP. In particolare, ad essere maggiormente affetti da questo tipo di vulnerabilità sono i sistemi open standard, i cui algoritmi di criptaggio sono ben noti e dunque facilmente eludibili.

Più sicuri risultano invece quei sistemi i cui algoritmi di criptaggio non sono di dominio pubblico, come ad esempio Skype, che come noto utilizza un protocollo proprietario, o anche applicazioni quali Zfone, che impiegano specifici ed elaborati algoritmi di criptaggio.

La vulnerabilità dei sistemi VoIP, a cui VoipBlog dedica sempre spazio e attenzione, coinvolge molto spesso anche i dispositivi che elaborano e veicolano le chiamate (server, centralini…). E’ evidente che la complessità di un qualsiasi sistema comporta generalmente una maggiore esposizione in termini di sicurezza rispetto alle alternative tradizionali, ma a differenza di queste ultime i livelli di sicurezza perseguibili da sistemi ben aggiornati e manutenuti possono risultare di gran lunga più protetti e sicuri.

Fonte www.voipblog.it
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Assunti per spiare le email 
domenica, 25 maggio, 2008, 19:47 - Sorveglianza


Inutile sbandierare un qualche diritto alla privacy nelle imprese, vano cercare di svicolare dagli accordi contrattuali presi con l'azienda per la quale si lavora: le email che circolano negli uffici delle corporation statunitensi possono essere lette a piacimento dai datori di lavoro. Cosa che effettivamente accade. Sempre più spesso. E sempre più spesso sono coloro che vengono assunti appositamente per leggere le email altrui.

Il 41 per cento delle imprese che contano più di 20mila dipendenti ha ammesso di aver assunto personale per "leggere o analizzare" i contenuti della posta in uscita. A dirlo è l'ultimo studio di Proofpoint, che indaga sui problemi di sicurezza dei dati delle imprese. Molti sono infatti i rischi legali che vengono associati all'abuso delle email aziendali: dal pubblicare messaggi in certi forum al condividere materiali e contenuti su siti di sharing, le corporation tremano all'idea che il nome aziendale, se non persino i segreti aziendali, possano circolare senza controllo.

Incidenti che sono meno isolati di quanto si potrebbe pensare: il 44 per cento delle grandi imprese, intervistate da Proofpoint, ha dichiarato di aver subito un qualche leaking attraverso l'email, una qualche "spiata" o "perdita di dati" che può provocare danni all'immagine o alle attività aziendali. Il 23 per cento ha dichiarato di aver accertato negli ultimi 12 mesi il verificarsi di un qualche danno causato dal leaking.
Sono proprio questi incidenti, dunque, a spingere le imprese a dare uno sguardo più da vicino a quello che i propri impiegati fanno con il computer e con la connessione ad Internet e, dunque, a quello che scrivono nelle email in uscita, a come usano gli indirizzi e le mailbox a loro assegnati.

I risultati di questo monitoraggio continuativo e preventivo non si contano: il 26 per cento delle grandi società ha dichiarato che negli ultimi 12 mesi ha effettuato almeno un licenziamento a causa dell'email, ossia di comportamenti che non aderivano alla policy aziendale che viene sottoscritta dai dipendenti.

L'abuso degli strumenti informatici, o comunque l'utilizzo non conforme alle policy delle imprese, coinvolge da sempre anche la navigazione Internet. Di questi tempi si parla molto della frequentazione di siti social, anche dai telefonini, e comunità web come YouTube sono gettonatissime tra i dipendenti delle corporation. Anche su questo fronte le aziende si danno da fare per monitorare e punire i dipendenti infedeli. Delle imprese quotate in borsa, il 14 per cento ha denunciato la pubblicazione non autorizzata di materiali riservati su siti, blog o reti sociali, mentre l'11 per cento negli ultimi 12 mesi ha fatto ricorso a sanzioni specifiche per l'uso di forum di discussione e social network da parte dei dipendenti.

Va detto che negli Stati Uniti, come ben sanno i lettori di Punto Informatico, si sta consolidando un approccio piuttosto severo contro certi abusi commessi al computer dai lavoratori: recenti studi indicano che una impresa su due negli States è propensa a ricorrere al licenziamento in caso di errori grossolani da parte dei dipendenti nella gestione delle infrastrutture informatiche aziendali.

Fonte: punto-informatico.it
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Privacy, violata l’ultima oasi. Gli 007 "ascoltano" Skype 
mercoledì, 14 maggio, 2008, 14:57 - Sorveglianza


Era l'ultima frontiera della privacy, l'ultimo muro tecnologico ancora sopravvissuto agli assalti del grande business delle intercettazioni. Ora crolla anche il Voip, il sistema di trasmissione della voce via internet reso famoso nel mondo da Skype. Le chiacchierate tramite Skype finora avevano due cospicui vantaggi. Uno di essere a costo zero o quasi. Il secondo, quello di essere sostanzialmente non intercettabili. Questa caratteristica aveva reso Skype il sistema di dialogo preferito da chiunque dovesse, per motivi più o meno leciti, tutelare come un bene assoluto la segretezza delle proprie comunicazioni. Ma ora la festa è finita. Significativo è che anche quest'ultima picconata al muro della privacy venga dalla Germania: il Paese dove i servizi segreti comprando i tabulati di un impiegato infedele hanno messo le mani sui conti esteri di decine di migliaia di privati cittadini. E dove adesso è la potente polizia bavarese a sfondare il muro di Skype.
Tutto doveva accadere, ovviamente, in gran segreto. A raccontare la svolta è invece Wikileaks, il sito che riceve e rilancia in tutto il web documenti riservati di ogni provenienza. E che nei giorni scorsi ha messo in rete il carteggio tra la polizia di Monaco e DigiTask, la società di software tedesca che ha elaborato il sistema per sgretolare il muro di Skype.
La principale difficoltà nell’intercettare Skype era sinora costituita dall’algoritmo di criptazione utilizzato dal programma per trasformare in impulsi elettronici le voci da intercettare. Contro questo muro, per fare un esempio recente, si erano imbattuti in Italia i carabinieri del Ros nell’estate del 2006, indagando sul sequestro del finanziere Gianmario Roveraro. L’esperto informatico della banda dei rapitori, Emilio Toscani, poi condannato all’ergastolo, aveva allestito per le comunicazioni interne al gruppo una serie di utenze Skype. I carabinieri erano riusciti a convincere E-Bay, proprietaria di Skype, a fornire - con una triangolazione dall’Australia - i numeri telefonici legati alle utenze. Ciò nonostante il contenuto delle conversazioni era rimasto irraggiungibile. Ma la caccia alla parola magica per «forzare» Skype è continuata.
Il documento pubblicato ora da Wikileaks porta la data 4 settembre 2007, ma dalla sua lettura si intuisce che sistemi analoghi fossero a quella data già impiegati dalla polizia bavarese. Il servizio offerto da Digitask consente di intercettare sia i dialoghi via Skype sia quelli via Ssl, un altro sistema di criptazione molto diffuso, ed è basato su quello che in gergo viene chiamato un trojan, un cavallo di Troia: un intruso che si inserisce con un trucco nel computer da cui partono le conversazioni via Skype, sia vocali sia scritte (le cosiddette chat). Il trojan può essere inviato sia con una e-mail sia inserito fisicamente, con una incursione notturna nei locali dove è custodito il computer. Le conversazioni vengono deviate verso un proxy, una specie di diaframma che viene collocato tra il computer da intercettare e il server su cui si appoggia.
Il «pacchetto» completo - in grado di intercettare sia Skype sia Ssl - viene offerto dalla Digitask alle forze dell’ordine tedesche alla rispettabile cifra di 20mila euro per ogni computer da intercettare. Da notare che, con un piccolo aumento, viene offerta alle forze di polizia la possibilità di occultare l’identità dell’ufficio da cui è partita l’intercettazione.

Fonte: www.ilgiornale.it
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Insetti e serpenti da guerra per spiare i nemici 
martedì, 6 maggio, 2008, 09:27 - Sorveglianza


Ragni, serpenti e libellule: creature artificiali ideate per salvare la vita dei soldati, spiando il nemico con discrezione.

Salvare le vite di soldati e civili, mandando in avanscoperta piccoli robot con le fattezze di insetti, ragni e serpenti che permettano alle truppe di valutare una situazione prima di intervenire: sono gli obiettivi della tecnologia sviluppata da Bae System e che potremmo vedere in azione entro la fine dell'anno.

Nel video dimostrativo pubblicato da Bae System degli ipotetici soldati si servono dell'intervento dei piccoli robot per l'esplorazione di una zona potenzialmente pericolosa senza mettere in pericolo le proprie vite o quelle di eventuali ostaggi.

"Le piattaforme robotiche estendono i sensi dei combattenti e la loro portata, fornendo capacità operative che sarebbero altrimenti costose, impossibili, o mortali" dice Joseph Mait, manager del progetto Mast (Micro Autonomous Systems and Technology - MicroSistemi e Tecnologia Autonomi).

Il controllo degli insetti robotici avviene tramite radiocomando: sono allo studio automi che sappiano arrampicarsi come dei ragni, altre che riescano a strisciare come serpenti e altre ancora che possano volare come delle libellule. Minivideocamere e sensori di vario tipo potranno esservi montati, al fine di rilevare armi radioattice, chimiche o biologiche.

Sebbene per il momento esistano solo sulla carta, questi minuscoli robot già destano preoccupazione in chi ne vede l'utilizzo al di fuori delle operazioni di guerra. Potrebbero essere usati per uno spionaggio discreto ed efficiente: c'è chi paventa la fine della privacy.

In fondo a chi, leggendo di questa tecnologia, non è venuto in mente Tom Cruise che fugge dai ragni meccanici in Minority Report?

Fonte: www.zeusnews.it
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"Dubbi sulla legittimità delle intercettazioni" 
domenica, 4 maggio, 2008, 22:11 - Varie
«INTERCETTARE i dipendenti mentre lavorano? Non mi pare che la legge lo preveda e, ad ogni modo, andrebbe verificata la legittimità delle apparecchiature che sono state usate per farlo». A sostenerlo è l’avvocato Franco Palmiro Tosini che ha assunto la difesa di cinque dei 22 agenti delle Volanti, accusati anche di aver dormito nell’auto di servizio, indagati per abbandono di posto con interruzione di servizio, falso in atto pubblico e truffa ai danni dello stato.

Accuse arrivate in seguito a un’indagine della squadra mobile partita in occasione dei controlli fatti dalla questura al «Tira tardi» — il locale di viale Porta Po che si era trasformato in un vero e proprio market della cocaina e che è stato chiuso nelle scorse settimane con 16 persone finite in carcere — che, probabilmente, non sono stati graditi da una delle persone finite nell’inchiesta. Sarebbe stato proprio uno dei segnalati, infatti, ad essersi rivolto ai carabinieri dicendo che un agente gli aveva chiesto dei soldi per chiudere un occhio.

A quel punto i militari hanno deciso di trasmettere tutti gli atti in Procura e il pm che è stato incaricato di svolgere le indagini — il sostituto procuratore Ciro Alberto Savino — ha allertato proprio la squadra mobile. E’ così sono scattate le indagini con le relative intercettazioni ambientali. Intercettazioni che hanno dimostrato l’assoluta estraneità ai fatti del poliziotto ma che hanno portato alla luce come dei 30 agenti che prestavano servizio alle Volanti, 22 non abbiano sempre rispettato la tabella di marcia prevista per i pattugliamenti notturni, da mezzanotte alle 7 di mattina.

MA, una volta che le indagini — fatte con gps e ‘cimici’ — hanno dimostrato che l’agente accusato di concussione era ‘pulito’, le intercettazioni ambientali potevano essere usate ‘sorvegliando’ dei dipendenti pubblici che non ne erano a conoscenza? E’ proprio ciò che si domanda l’avvocato Tosini che, ora, valuterà quali contromosse adottare a favore dei suoi assistiti.

Fatto sta che, tra le accuse a carico degli agenti, c’è anche quella di falso in atto pubblico perché, in sostanza, avrebbero compilato il diario di bordo facendo risultare un tracciato soltanto in parte effettuato oppure svolto facendo delle deviazioni. «In alcuni casi, però — tiene a precisare l’avvocato Tosini — ci sono dei semplici errori materiali nella compilazione del diario di bordo e questo lascia intendere l’assoluta buona fede di chi gli ha redatti». Errori in buona fede, dunque, e nessuna volontà di imbrogliare.

E le deviazioni fatte e non previste dal tracciato? Beh, se queste ci sono state in risposta a una chiamata di soccorso, non c’è bisogno di dire altro. Come sarebbe avvenuto in un caso quando una pattuglia di agenti avrebbe fatto un cambio di rotta verso l’ospedale dove era stato richiesto il loro intervento. Una deviazione sicuramente ma per ‘nobili’ motivi.
E se, invece, in altri casi, i poliziotti avessero deciso di andare a prendere un caffè per riprendere un attimo le forze cercando magari l’unico locale aperto nel circondario? Qui il discorso si fa più difficile e, chiunque sa cosa significhi lavorare, può rispondersi da sé. Ci si può consentire una breve pausa dopo una notte intera passata a sorvegliare vie e viuzze? O quei 10 minuti possono essere decisivi per la lotta al crimine?

A FARE CHIAREZZA sarà la magistratura verificando le accuse a carico di ciascun indagato e quanto effettivamente siano durate le pause. Alcuni degli agenti pare siano finiti nei guai anche per essere rientrati in questura anticipatamente quando, invece, dovevano essere ancora in pattugliamento. Ma loro si difendono dicendo che era per compilare gli atti di servizi appena svolti.
«Vorrei esprimere il mio apprezzamento per come i sindacati e la questura hanno gestito la vicenda — conclude Tosini — dimostrando la cautela che serve in questi casi. Ad ogni modo non credo fosse necessario coinvolgere la giustizia penale. La cosa andava risolta in ambito giuslavorativo».

Fonte: ilrestodelcarlino.quotidiano.net
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Cellulari e telefoni fissi impossibili da intercettare 
domenica, 4 maggio, 2008, 22:05 - Controsorveglianza
Telefonate fatte con il cellulare o col telefono di casa impossibili da intercettare, da ascoltare e quindi da rendere pubbliche. A sviluppare la tecnologia che renderà possibile tutto questo è l’italiana Khamsa che, con l’apporto del massimo esperto di crittografia al mondo, Philip Zimmerman, sta studiando il trasferimento del protocollo ZRTP dalla tecnologia VoIP a quella GSM, PSTN e ISDN, ovvero quelle utilizzate dai cellulari e dai telefoni di casa.

ZRTP, estensione del Real-time Transport Protocol creato da Zimmerman, offre qualcosa che altri non fanno. ZRTP genera infatti una chiave in tempo reale che viene trasmessa dal chiamante a chi riceve la telefonata. Questo offre un vantaggio non da poco: a possedere l’unico modo per ‘leggere’ la chiamata sono i telefoni dei due interlocutori, e non la società che offre un eventuale servizio. Che, senza andare troppo in là con la fantasia, potrebbe un giorno decidere di cedere la chiave a qualcuno interessato ai contenuti. Perché ora a essere interessati alle conversazioni non sono più gli hacker che si ‘divertivano’ a dimostrare di essere in grado di intercettare le comunicazioni. Sono le mafie, le criminalità organizzate che attraverso il contenuto di una telefonata possono poi muoversi per perpetrare crimini. Basti pensare a una conversazione tra due vertici di una grande azienda che finisca in mano alla concorrenza, oppure se quella di un magistrato antimafia che parla con la moglie e rende noti i suoi spostamenti venga intercettata da un clan mafioso. In Brasile, ha spiegato Zimmerman oggi durante un seminario al Politecnico di Milano, “con circa 4000 euro dati a ‘chi di dovere’ si possono avere trenta giorni di conversazioni delle aziende concorrenti”.

Inoltre, a differenza delle soluzioni proprietarie presenti sul mercato, il protocollo ZRTP è sostanzialmente open source. Non nel senso stretto del termine, perché le eventuali modifiche le apporta Khamsa, ma la sua chiave è pubblica, le basi della sua programmazione sono alla portata di tutti e tutti possono intervenire per migliorarlo. L’azienda ha reso già disponibile il software che utilizza il protocollo per i cellulari Nokia e che permette la protezione delle chiamate, degli sms e della posta elettronica. In futuro, nei piani di Khamsa, sono previste le versioni per Windows Mobile e Blackberry, così da andare incontro alle necessità di chi usa il cellulare per business. Mentre per l’Apple iPhone ancora presto per dire se e come, ma non è escluso che arrivi anche per lo smartphone di Cupertino.

Ciò che Khamsa ha come obiettivo è “garantire la sicurezza dello scambio di informazioni”, ha spiegato Zimmerman che vede nel futuro l’impossibilità di evitare che tecnologie per la sicurezza delle conversazioni prendano piede, in particolar modo in quei Paesi dove la libertà delle persone non è garantita. “La tecnologia va avanti comunque. Puoi rallentarla o accelerare il suo processo – dice Zimmerman - ma non si può impedire il suo sviluppo”.

Fonte: www.adnkronos.com
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