Telecamere che riprendono sulla strada, per la Cassazione è legittimo per proteggere la propria abitazione

telecamere che riprendono sulla strada

Telecamere che riprendono sulla strada. Assolti in Cassazione due proprietari di appartamenti condannati a 6 mesi di reclusione per “violenza privata”: avevano installato telecamere su zone aperte al pubblico transito

Da oggi è possibile installare telecamere sulle mura perimetrali esterne di palazzi e singole abitazioni, e puntarle riprendendo quello che succede sulla strada pubblica.

I cittadini che installano telecamere che riprendono sulla strada per salvaguardare la sicurezza dei loro beni, propria e dei familiari, non commettono alcun reato nei confronti delle altre persone che abitano o lavorano nella stessa strada.

Per essere in regola con la legge, precisa la Cassazione, basta affiggere dei cartelli che avvisino della presenza delle telecamere. I supremi giudici hanno infatti assolto con la formula “perché il fatto non sussiste”, due proprietari di diversi appartamenti di uno stabile a Chieti, condannati a sei mesi di reclusione per “violenza privata”, che avevano installato telecamere puntate su zone e aree aperte al pubblico accesso.

Il reato non sussiste per i due proprietari di casa

Secondo la Corte di Appello dell’Aquila, i residenti della zona, particolarmente quelli costituitisi parte civile, erano obbligati “a sopporate di essere continuamente controllati nel compimento delle loro attività lavorative e nei loro movimenti”. Le video riprese venivano usate dai due proprietari di casa “per evidenziare la commissione di illeciti” che poi denunciavano “alle competenti autorità di sicurezza”. In particolare, Mario P. e Sergio M. – questi i due imputati accusati di aver a forza violato la riservatezza dei vicini – segnalavano chi non raccoglieva le deiezioni del cane, posteggi fuori posto, laboratori maleodoranti, rumori molesti.

La sentenza

Per la Cassazione, – SEZ. V PENALE – SENTENZA 13 maggio 2019, n.20527, “l’installazione di sistemi di videosorveglianza con riprese del pubblico transito non costituisce un’attività in sé illecita”. Ad avviso dei ‘giudici’, “neanche è ravvisabile, nel prospettato cambiamento delle abitudini che si sarebbe registrato da parte di alcuni abitanti (con l’individuare percorsi alternativi per rientrare a casa e sottrarsi alle riprese)”, il reato di violenza privata “trattandosi di condizionamenti minimi indotti” dalla videosorveglianza. E tali, comunque, “da non potersi considerare espressivi di una significativa costrizione della libertà di autodeterminazione”.

I perché della sentenza

In questa storia, secondo i supremi giudici, c’è “il bilanciamento tra il valore fondamentale della libertà individuale, e altri, come quello della sicurezza, parimenti presidiati”. Per la Cassazione, è sufficiente che “chiunque installi un sistema di videosorveglianza” provveda “a segnalarne la presenza” in modo che gli altri ne siano informati “prima di entrare nel raggio d’azione” delle telecamere. Quanto alle segnalazioni che i due facevano alla polizia, si tratta di “un uso strumentale o molesto delle immagini catturate dalle telecamere, attuato successivamente a tale azione e, dunque, estraneo alla violenza privata”.

Assolti in Cassazione due proprietari di appartamenti condannati a 6 mesi di reclusione per “violenza privata”: avevano installato telecamere che riprendono sulla strada e su zone aperte al pubblico transito

Da oggi è possibile installare telecamere che riprendono sulla strada e sulle mura perimetrali esterne di palazzi e singole abitazioni, e puntarle riprendendo quello che succede sulla strada pubblica.

I cittadini che le installano per salvaguardare la sicurezza dei loro beni, propria e dei familiari, non commettono alcun reato nei confronti delle altre persone che abitano o lavorano nella stessa strada. Per essere in regola con la legge, precisa la Cassazione, basta affiggere dei cartelli che avvisino della presenza delle telecamere. I supremi giudici hanno infatti assolto con la formula “perché il fatto non sussiste”, due proprietari di diversi appartamenti di uno stabile a Chieti, condannati a sei mesi di reclusione per “violenza privata”, che avevano installato telecamere puntate su zone e aree aperte al pubblico accesso.

Il reato non sussiste per i due proprietari di casa

Secondo la Corte di Appello dell’Aquila, i residenti della zona, particolarmente quelli costituitisi parte civile, erano obbligati “a sopporate di essere continuamente controllati nel compimento delle loro attività lavorative e nei loro movimenti”. Le video riprese venivano usate dai due proprietari di casa “per evidenziare la commissione di illeciti” che poi denunciavano “alle competenti autorità di sicurezza”. In particolare, Mario P. e Sergio M. – questi i due imputati accusati di aver a forza violato la riservatezza dei vicini – segnalavano chi non raccoglieva le deiezioni del cane, posteggi fuori posto, laboratori maleodoranti, rumori molesti.

La sentenza

Per la Cassazione, – SEZ. V PENALE – SENTENZA 13 maggio 2019, n.20527, “l’installazione di sistemi di videosorveglianza con riprese del pubblico transito non costituisce un’attività in sé illecita”. Ad avviso dei ‘giudici’, “neanche è ravvisabile, nel prospettato cambiamento delle abitudini che si sarebbe registrato da parte di alcuni abitanti (con l’individuare percorsi alternativi per rientrare a casa e sottrarsi alle riprese)”, il reato di violenza privata “trattandosi di condizionamenti minimi indotti” dalla videosorveglianza. E tali, comunque, “da non potersi considerare espressivi di una significativa costrizione della libertà di autodeterminazione”.

I perché della sentenza

In questa storia, secondo i supremi giudici, c’è “il bilanciamento tra il valore fondamentale della libertà individuale, e altri, come quello della sicurezza, parimenti presidiati”. Per la Cassazione, è sufficiente che “chiunque installi un sistema di videosorveglianza” provveda “a segnalarne la presenza” in modo che gli altri ne siano informati “prima di entrare nel raggio d’azione” delle telecamere. Quanto alle segnalazioni che i due facevano alla polizia, si tratta di “un uso strumentale o molesto delle immagini catturate dalle telecamere, attuato successivamente a tale azione e, dunque, estraneo alla violenza privata”.

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